«È quella cosa di cui le avevo già detto. Un vuoto, un malumore sordo, non so se riesco a farmi capire. È un misto di cose… vorrei scagliarmi contro qualcuno ma anche contro di me; vorrei piangere ma non ci riesco. In certi momenti è così insostenibile che vorrei solo non sentire nulla. Mi muovo per casa come un animale in gabbia… non so quello che voglio. Penso a mille modi per sentirmi meglio, a mille cose concrete che potrei fare ma nessuna va bene. Vorrei che qualcuno si avvicinasse ma poi tanto lo scanso, lo maltratto pure se ci prova. E mentre lo scanso mi sento ancora più male… ma non so se verso di me o di lui». Inquietudine, allarme per la vicinanza e per la distanza allo stesso tempo, rabbia, confusione. Più o meno acuti da diventare insopportabili. Le oscillazioni improvvise dell’umore e questo vissuto depressivo seguono sempre la sensazione di un fallimento nel raggiungimento dell’Altro; implicano sempre o la percezione di un abbandono o un fallimento nella differenziazione, in una situazione reale e attuale. Spesso emergono pensieri di morte come unica via di uscita dall’estenuante lotta per raggiungere la propria soggettività. Un senso di indegnità, profondamente segnata nell’esperienza corporea, affiora nei momenti più difficili, ma anche in quelli che segnano un passaggio evolutivo nella terapia, una crescita, nella quale però il paziente diviene anche più consapevole delle proprie difficoltà.

Andreana Amato, “«…Come se fossi nata ‘dispara’…» Il modello di Traduzione Gestaltica del Linguaggio Borderline (GTBL). Attestazioni cliniche”, in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 95-96