La diffidenza verso il terapeuta, così come in tutte le relazioni della loro vita, ha dunque sempre un aggancio, un motivo, nel presente della relazione terapeutica stessa. Appena si siede, L. mi elenca immediatamente una serie di caratteristiche negative che le appartengono, fornendomi un’immagine di lei come di persona instabile, impulsiva, rompiscatole, antipatica. Emergono anche i suoi interessi, i suoi successi universitari, ma ne parla velocemente, dando loro poca o nessuna rilevanza. «Mi sento sempre così, non riesco a combinare nulla di buono». «Eppure mi dice di raggiungere gli obiettivi che si propone, di sentirsi una che ‘va avanti come un treno’ quando si tratta di esami, etc.». Vedo che mi guarda con diffidenza, gli occhi socchiusi, le labbra serrate, in silenzio. Ho la sensazione che voglia dirmi qualcosa, ma non sa se può ‘rischiare’, se io capirò. Cosa sta accadendo tra noi? Il tenace tentativo di convincermi della sua inadeguatezza si incontra con il mio tentativo di salvare le cose buone di cui mi ha parlato. Più l’elenco ‘negativo’ si allunga, più il mio battito è accelerato, ho la sensazione che qualsiasi cosa io dica, anche se a partire dalle sue parole, venga da L. modificata, riformulata… Ha bisogno della sua definizione, non può accettarne un’altra. E io? Sono in grado di prenderla e basta? Rimango in silenzio. Ritrovo il ritmo del mio respiro, mi aggiusto sulla sedia. La guardo e faccio solo un cenno con la testa, come a dire «Ok, la smetto, dica ciò che vuole, lo prenderò e basta, posso farlo».
Andreana Amato, “«…Come se fossi nata ‘dispara’…» Il modello di Traduzione Gestaltica del

Linguaggio Borderline (GTBL). Attestazioni cliniche”, in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 119-120