M., un ragazzo con marcati tratti di impulsività, comportamenti di abuso di sostanze, distruttivi e autolesivi, mi richiama a questa concretezza con forza. Nel raccontare due episodi con la madre e con una ragazza (ricorrenti nelle poche settimane dall’inizio della nostra relazione) vedo quanto il comune denominatore siano la confusione e il vissuto di abbandono. Troppo velocemente provo a fornire una spiegazione:
«E quindi? Anche se so perché mi comporto così non mi cambia nulla!!! Sto male, quando l’ho lasciata sotto casa… e non so quando la rivedo… volevo spaccare tutto… o andare da quell’altro e spaccare la faccia a lui… mi sento male, ora che esco da qui che devo fare, non so che fare…».
«Allora raccontami bene, mi sa che hai l’urgenza di raccapezzarti su cosa fare con questa ragazza e io sono andata oltre». M. si placa un po’, comincia a darmi i particolari di quello che è successo, io non intervengo se non per chiedere delucidazioni su piccole cose, lascio che lui stesso metta in ordine le sequenze, i dialoghi. Solo dopo gli chiedo che cosa lo abbia fatto arrabbiare di più. Mi colpisce come a questo punto emerga un aspetto molto specifico, un dettaglio per lui più importante dell’ambiguità generale della situazione:
«Non mi frega se abbiamo una cosa a metà, che sta vedendo pure quell’altro… mi ha fatto incavolare che se abbiamo un appuntamento non puoi non farti trovare e io giro come un cretino in motorino in tutti i posti dove posso trovarti e tu mi dici: Ho cambiato programma, avevo una cosa da fare… Avvertimi almeno».
Nell’ipotizzare insieme di chiederle chiaramente di essere avvisato, quando l’appuntamento salta, M. mi dice: «Lo posso fare, questo lo posso fare. Certo siete tutte strane, tutte che avete mille cose da fare e poi vi gira sempre diverso dopo un minuto».
«Anch’io sono stata veloce con te, ho fatto quello che dicevo io, oggi».
( Ride) «Vabbe’, per stavolta te la sei cavata».
Sento che è vero, non ho colto il suo bisogno, anticipandolo, come è fin troppo abituato a sentire.
Andreana Amato, “«…Come se fossi nata ‘dispara’…» Il modello di Traduzione Gestaltica del

Linguaggio Borderline (GTBL ). Attestazioni cliniche”, in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 116-117