“Ti presto la mia pistola e poi domani me la riporti” – dice Alberto ad Enzo (5a.), con le mani sulle ginocchia in circoletto; “Non la voglio perché tu sei monello!” risponde Enzo. Alberto va su tutte le furie, si alza, prende la sedia, fa come per lanciarla addosso ad Enzo. La maestra lo ferma e interviene per aiutare entrambi a riformulare la loro interazione. I bambini si calmano e si ricompongono. Enzo dice che desidera una pistola “Per sempre” perché la sua si è rotta. Alberto gli risponde: “Te la presto per tanti giorni fino a quando la tua si aggiusta!”. Far leva sui suoi momenti di tenerezza per i compagnetti ha significato per noi nutrire anche la sua voglia di tenerezza e di contatto. “Maestra, facciamo ‘bacchilincè’?” ‘Bacchilincè’ è una filastrocca dialettale che cantavano le mamme o le nonne al loro piccolo tenendolo tra le ginocchia e lanciandolo indietro mentre lo circondavano con le braccia. Il bambino provava nello stesso tempo l’ebbrezza del lancio e la sicurezza del contenimento e dell’abbraccio. E Alberto, nonostante sia grande e grosso, è piccolo, con tanta voglia di calore e tenerezza. Dare spazio a questo suo desiderio, permettendogli di nutrirsene a piene mani finché ne avesse avuto voglia, gli avrebbe consentito di andare, soddisfatto e felice, incontro al mondo. Occorreva «nutrirlo con amore».

Dada Iacono, Gheri Maltese, Come l’acqua… Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, pagg. 63-64