Analizziamo il contenuto delle sedute considerando la dimensione temporale: perché proprio adesso decide di venire in terapia o, meglio, di parlare con uno psicologo? E analizziamo la modalità di contatto: viene in terapia per sapere la verità su un comportamento (non si definisce infatti ‘paziente’), ma vuole conoscere la soluzione come itinerario cognitivo. Il tempo e il modo danno significato alla figura che emerge: ha bisogno di un ancoraggio esterno alla madre per riuscire ad allontanarsi (viaggio), porta come figura il bisogno di risposte ai sintomi che manifesta, ben lontani dalla reale sofferenza. Nel qui-e-ora della seduta fa figura un individuo estremamente lucido, ma inconsapevole, con confini rigidi ma fragilissimi, impenetrabile ma permeabilissimo. Mi presenta la sua violenza e la sua capacità di essere pericoloso, ma enormemente terrorizzato dalla mia presenza e dalla possibilità che io sia pericolosa per lui. Ritorna in terapia dopo un viaggio e per tutto il primo anno la relazione oscilla tra la paura di confluire («Vengo perché lei ha bisogno di me») e il rifiuto di introiettare («Tutti gli psicologi sono ignoranti»). Il mio atteggiamento, serio e leggero, chiaro e rispettoso, ha protetto lo spazio della relazione terapeutica dall’invasione esterna, tenendo fuori i familiari dalla terapia (non dovevano venire né chiedere telefonicamente senza che F. lo sapesse prima), e dallo spazio interno, creando uno spazio veramente stabile e quindi meno minaccioso: sempre la stessa stanza, lo stesso orario e giorno della seduta. Questo atteggiamento di fondo mi ha aiutato molto anche nei momenti più difficili della terapia per quanto riguarda l’uncinarsi delle sue proiezioni ai miei vissuti.

Valeria Conte, Il lavoro con un paziente seriamente disturbato: l’evoluzione di una relazione terapeutica in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 97-98