L’invidioso non accetta il proprio limite. L’imbro­glio è iniziato sin dal giardino dell’Eden, quando il serpente ha insinuato che il non mangiare dell’albero sarebbe stato un divieto arbitrario di Dio e non un li­mite inerente all’essere creatura. Questo è stato anche l’equivoco epistemologico di Freud: che l’invidia del pene e il desiderio incestuoso venissero dall’interno come reazioni primarie e il divieto, di conseguenza, dovesse venire dall’esterno (il super-Io). Se il limite è connaturato alla creaturalità, allora ne deriva che la creatura si realizza accettandolo. Il divieto e il limite altro non sono che le uniche strade lungo le quali ci si può realizzare a livello personale e relazionale. L’invidioso non comprende che la mancanza che cerca di riparare invidiando l’altro non deriva dal non-avere ciò che l’altro possiede, ma dal non appro­priarsi di ciò che egli stesso ha e non sviluppa. Nella sua distorsione percettiva vede nell’altro una felicità che risponde più alla sua prospettiva invidiosa che alla realtà dei fatti.

Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pagg.  66-67



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