Assumere la paradigmaticità possibile della pro­pria esistenza, di ogni esistenza riportata al centro dell’anima come un evento tipico, una manifestazione del senso, consente di percepire il proprio essere e agi­re nel mondo nei termini (ardui per i ‘mezzo-sapienti’ irrisi da Pascal, per tanti di noi insomma, ma sponta­neamente disponibili ai semplici e ai poveri di spirito) del segno lasciato con fiducia, della piccola luce acce­sa nel deserto, della speranza alimentata nel quotidia­no. Solo così si può vivere l’esperienza stupefacente della contemplazione serena e partecipe della fortuna altrui, si può stendere senza enfasi la mano a chi è in difficoltà, ci si può affidare alla potenza della relazio­ne, della realtà dell’altro e del suo corpo, che mentre ci spinge e ci dà forza ci rimanda a noi stessi, al com­pito sempre aperto di vivere nel tempo disponibili alla vita, umilmente amanti degli uomini e del mondo, pronti a reggere la disperazione e la speranza. Perché non si tratta qui della tenuta gloriosa degli eroi, ma dell’umiltà di uno stare di fronte all’altro che rimanda a se stessi, dove la pienezza è accolta con gioia ma la mancanza, nel tempo della prova, viene senza falsi pudori narrata e anche gridata, nella memoria vigile di quel che ci è stato dato.

Antonio Sichera, Prefazione, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pagg. 10-11