L’intenzionalità che spinge e sostiene l’invidia è certamente la ricerca della felicità o la rabbia per aver­la perduta. Può un invidioso essere felice? è il titolo di uno scritto giovanile di Nietzsche che concludeva sostenendo che è un «errore della natura cognitiva e morale» pensare che si possa essere felici invidiando la felicità altrui. Chi invidia pensa erroneamente di avere imboccato la strada che porta alla felicità. Non è consapevole di trovarsi invece dentro un vicolo cieco: non raggiungerà mai il bersaglio. Non si può essere felici confrontandosi con gli altri o sperando che non ci siano felici sulla terra. Se – paradossalmente – l’in­vidioso riuscisse ad avere l’oggetto invidiato, non diventerebbe felice perché, nel fondo, lui non invidia l’oggetto in sé ma l’oggetto che fa felice l’altro. Si invidia sempre, in ultima analisi, la felicità dell’altro: se non sono felice io, nessuno deve essere felice. L’invidia, mentre intuisce qual è il cuore di ogni in­quietudine (la felicità), erra nell’individuare la strada per raggiungerlo. A questo punto sembra che si possa concludere che la persona felice non invidia. Se il benessere è pieno e genuino, non dovrebbe infatti lasciare spazi per l’invidia.

Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pag. 49