Neverland sta insomma al posto della «casa», che occupa non per nulla un territorio consistente nell’estensione verbale di Peter Pan. L’area descritta dalle 48 occorrenze di «house» e dalle 42 di «home» (a cui si aggiungono, in quanto elemento basilare dell’arredo domestico, almeno «bed» con 62 occorrenze e «window» con 40) appare di primario rilievo statistico nell’opera di Barrie, e non senza motivo. Potremmo infatti immaginare tutta l’azione del romanzo come un grande epos infantile impiantato su una partenza e su un ritorno, come un itinerario di formazione segnato da un nostos frutto non di una maturazione raggiunta, bensì di una necessità, di un destino che ineluttabilmente conduce in una direzione, scritta nel codice della vita al di là di ogni autentica evoluzione psicorelazionale. Come a dire che a casa bisogna tornare, a un certo punto, al di là di tutto. Ma non è fuor di luogo intendere a quali condizioni. Da questo punto di vista, lo spazio cardine della struttura domestica è senza dubbio la «finestra». Semanticamente opposta al contenimento del «bed», essa infatti allude al transito e si offre come fenditura per il volo, nonché passaggio obbligato di ogni ritorno. La finestra è insomma l’equivalente della porta nella storia fiabesca di Peter Pan.

Antonio Sichera, Le venti parole di Peter Pan, in Giovanni Salonia (ed.), La vera storia di Peter Pan. Un bacio salva la vita. Cittadella Editrice – 1° Edizione Dicembre 2015, pp. 54-55