Nelle mail, infatti, usa parole e contenuti significativi, drammatici, vissuti di sofferenza ma anche di rinascita e di cambiamento. Essere tutto se stesso di fronte a me fa emergere i suoi vissuti più profondi, che – come lui stesso mi disse un giorno – non avrei mai sentito in terapia perché così intimi da vergognarsene. Questo modo non usuale di comunicare e di stare nella relazione terapeutica gli ha permesso di raggiungere due tappe interrotte della sua crescita: il bisogno di integrità e il bisogno di pienezza/ autonomia. Il poter contare sul mio esserci, non solo nel tempo della seduta ma in qualsiasi momento in cui l’angoscia lo travolgeva, gli ha permesso di assimilare e di ri-costruire lo sfondo scontato delle sicurezze di base. Un giorno, dopo avere letto una sua mail scritta alle tre di notte, piena di contenuti aggressivi e violenti, sentendomi piccola e impotente e non fidandomi del mio esserci, aggiunsi alla solita risposta («Ho letto la tua mail, ne parliamo in terapia»), una frase per placarlo (perché io potessi placarmi?): «Capisco che ti senti molto spaventato…». In seduta, dopo una settimana, mi disse: «Non ti devi preoccupare di me quando ti dico tutte queste cose, io mi placo e sto meglio e così riesco a dormire, mi svuoto e mi libero dando a te la mia spazzatura». Ho imparato così che lui, attraverso le mail, attendeva un’unica risposta: un mio esserci comunque e sempre, in maniera rispettosa e attenta.
Valeria Conte, La Gestalt Therapy e i pazienti gravi in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, p. 85