L’ascolto di storie in cui altri vivono le sue stesse fantasie, le sue paure, la sua rabbia, la sua gelosia e la sua invidia, lo conforta e lo aiuta a capire che lui non è il solo a vivere quelle emozioni, ma che esse fanno parte dell’umanità. Le sue fantasie non sono più così terrificanti e, vissute insieme, possono essere affrontate. La vittoria di cui narrano le fiabe non è una vittoria sugli altri, ma su se stessi, perché è possibile trovare in se stessi la forza e l’energia per il cambia­mento. Così il ranocchio diventa principe, come la guardiana e Cenerentola principesse.
Ritorniamo allora alla domanda da cui eravamo partiti: è possibile guarire dall’invidia? Seguendo la sapienza delle fiabe, l’unica strada possibile è quella del ritorno a se stessi, dell’avere cura di ciò che si è, desiderando il proprio desiderio e non più quello altrui, lavorando sodo come Ceneren­tola o la guardiana per riappropriarsene, consapevoli di essere piccoli ma irripetibili, nonostante le proprie ferite e i propri limiti.
Quando siamo lontani dalla nostra vera casa per tanto tem­po, desideriamo tanto ritornarvi. Nella nostra vera dimora ci sentiamo in pace. Non occorre essere qualcun altro o qualcosa d’altro. Guarda un melo: per il melo è splendido essere semplicemente un melo. Dobbiamo solo permetter­ci di essere quelli che già siamo e stare bene con noi stessi proprio come siamo. Questa sensazione, questa presa di coscienza, è la nostra vera dimora(Thich Nhat Hanh).

Dada Iacono – Ghery Maltese, “L’invidia, i bambini, le fiabe”, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pagg. 94-95