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Certo, Sofocle e Freud si confrontano con una relazione arcaica drammatica ed intrigante – il rapporto padre-figlio – già narrato dai miti (Urano tenta in tutti i modi di non fare partorire i propri figli da Gaia, Crono divora i figli appena nati). E senza dubbio la lotta tra padre e figlio sorge dalla paura del padre di trovare nel figlio un eventuale rivale più giovane, oltre che una memoria indiscutibile e vivente del fatto che dovrà lasciargli il posto, che dovrà morire; mentre il figlio, da parte sua, può vedere il padre come colui che gli ricorda di non essere un dio e di avere dunque un’origine (gli uomini non riescono a pensare neppure negli dei una vera paternità, perché un dio non può convivere con un altro dio). Ma la tragedia di Sofocle è estranea al complesso di Edipo. Già J.P. Vernant, in Edipo senza complesso, ha puntualmente demolito l’ipotesi freudiana. Sembrano ben altri i temi centrali nella tragedia di Sofocle. La tragedia mostra in fondo il dramma della responsabilità umana, ancora sospesa tra volontà dell’uomo e fato. Nel dispiegarsi della trama, il parricidio e l’incesto sono visti più come una maledizione che come una colpa. Sembra proprio che gli umani siano puniti ‘con’ – e non ‘per’ – l’incesto e il parricidio. Le disgrazie di Tebe derivano dal fatto che è impunito l’uccisore di Laio più che dal parricidio e dall’incesto, percepiti come contaminazioni. Fromm afferma che Sofocle, in fondo, non fa che affrontare il tema del conflitto padre-figlio – che è poi il dramma del potere, del limite e della morte – nel contesto della società patriarcale.
Giovanni Salonia, Edipo dopo Freud. Dalla legge del padre alla legge della relazione, in G. Salonia e A. Sichera, Edipo dopo Freud, GTK Books 1 – Rivista di psicoterapia, pp. 25-26




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