Infine dobbiamo chiederci: può portarci salvezza l’altro che per noi è ‘dannazione’? Può venirci la salvezza dall’altro che non ci interessa, che è infedele, che ci inquieta? In verità, dare interesse all’altro (per noi) ‘non interessante’ è l’inizio della sapienza. L’altro infedele mi salva dalla presunzione della mia fede. L’altro arrogante mi salva da una fiducia ingenua e dal sogno di una vita senza lotta. L’altro che mi umilia mi riscatta da una pretesa scontata di ammirazione e fa emergere il senso profondo della mia dignità. Come dire che il credente salva l’ateo e l’ateo salva il credente, perché ateo e credente sono presenti in ogni cuore. E solo il cuore che li ascolta entrambi senza paura conoscerà l’umiltà che è garanzia di una risposta genuina alle domande di senso. La salvezza, infine, è nascosta, e va cercata, anche nell’altro che mi inquieta. Chi distrugge le mie certezze, le mie costruzioni («se non ci fosse lui o lei!»), quelle che Luzi chiama le mie «malcelate verità», mi rimanda alla salvezza nascosta nelle mie ferite. L’altro che mi scardina apre la soglia… «Altro è sempre oltre». Francesco salva il lebbroso ma il lebbroso salva Francesco. Scoprirlo è già salvezza.

Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, pagg. 108-109