Ma la finestra è anche la misura dell’amore di una mamma. Così racconta Wendy ai suoi “figlioletti” nella casa underground di Neverland. Nel luogo in cui si cerca riparo dall’assenza materna, la figlia maggiore di Mrs. Darling alimenta nei Bimbi Smarriti la fede in una finestra perennemente aperta, segno di una diuturna attesa della mamma. Peter non sopporta questo passaggio delle storie di Wendy, e non per niente. Per come la vede lui, la sua amichetta si inganna. Anche Peter infatti nutriva questa fede molti anni fa, al tempo del suo primo volo, ma tornando a casa aveva invece trovato la finestra chiusa e un altro bambino nel suo letto. È questo il motivo per cui tutti i bambini di Neverland in fondo vogliono tornare. Tutti tranne Peter: perché teme che la mamma lo consideri ormai vecchio, mentre lui vuole restare bambino. È un passaggio decisivo della storia. Tutti i bambini vogliono lasciare l’infanzia e consegnarsi al tempo che passa. Ma Peter non vuole, anzi non può. Il trauma della fratria, la nascita del fratellino, brusca, non preparata, non vissuta nello scambio amoroso, è per lui come aver trovato la finestra chiusa: essersi sentito definire “grande” quando aveva ancora assoluto bisogno di sentirsi “piccolo”. Ed è questa chiusura a bloccare il tempo. Può lasciare serenamente l’infanzia solo chi crede che le mamme sono “buone” e aspettano i figli nel loro fisiologico allontanarsi. Ma se non ci si sente attesi, ricordati, portati nel cuore, non si può crescere. C’è un intimo legame, in Peter Pan, tra l’attesa amorosa degli adulti e il fluire sereno del tempo nel corpo dei bambini. Solo se si lascia essere l’esplorazione infantile nella fede, se si può andar via sentendo di essere attesi, si può acquisire dentro il senso del tempo che passa.

Antonio Sichera, Le venti parole di Peter Pan, in Giovanni Salonia (ed.), La vera storia di Peter Pan. Un bacio salva la vita. Cittadella Editrice – 1° Edizione Dicembre 2016, pp. 55-56