La differenza tra crisi e attacchi di panico non è, dunque, una questione di ‘linguaggi’, ma è fondamentale nel processo di orientamento diagnostico e terapeutico. Dopo aver sperimentato l’attacco di panico, la persona ritorna in contatto con i bisogni più arcaici, quelli legati al codice della sicurezza a cui rispondono le figure professionali di cura, quali lo psicoterapeuta, e quelli legati al codice del cuore, soddisfatti dal calore e la vicinanza delle persone care. Proprio colui che sembra abbia fatto sempre a meno degli altri, diventa un ‘esperto delle relazioni’, capace riconoscere benissimo chi ha il potere di placare le sue paure, desiderandone l’assidua presenza. A lungo coperti da una presunta idea di autosufficienza, i vuoti affettivi sottaciuti si esprimono, attraverso il sintomo, in un disperato «appello alla relazione», ed esplodono come esplode impetuosamente il corpo a lungo negato, contratto, desensibilizzato, che ora sente tutto il dolore («il corpo è la figura; e il sé, nella sua struttura dell’Io deliberativo e attivo dal punto di vista motorio, è lo sfondo»). Espressione del campo, nel dinamico e mutevole processo di figura/sfondo, il disagio psichico «possiede proprietà specifiche osservabili» del contesto in cui si manifesta. 

Annalisa Castrechini, Con te non ho Paura. Per una rilettura del testo «Attacchi di panico e postmodernità», in GTK 5, Rivista di Psicoterapia, Dicembre 2014, pag. 105