Come accennato, la depressione assume forme e gravità differenti a seconda della fase in cui accade l’improvvisa e inspiegabile scomparsa dell’Altro. Se l’Altro scompare in una fase arcaica, quando bambino e figura materna sono ancora in confluenza con la madre, ancor prima della nascita del pensiero nel bambino, questi avverte l’angoscia distruttiva e preverbale della mancanza di un corpo che lo sostiene e lo accudisce. Il suo corpo, senza il sostegno di un altro corpo, si collassa. È la depressione più grave perché non può essere neppure simbolizzata e verbalizzata. Il corpo del bambino, dopo tentativi disperati ma inutili di richiamare il corpo dell’Altro, interrompe il movimento verso l’Altro, si ritira, si accartoccia sul proprio corpo e si lascia morire (in termini reali o a livello psicologico). Questa depressione si può presentare in varie forme nell’adulto ed è certamente la più grave: il paziente non sa che cosa gli succede, non ha parole, gli manca (ma non lo sa) la presenza di un corpo – di ‘quel’ corpo! – e avverte solo una spinta arcaica e potente a stare a letto e a regredire senza essere consapevole di essere in attesa di un (di quel!) corpo. Una terapia ha senso in tal caso come una riabilitazione che permetta di costruire (più che ri-costruire) quel ground di appartenenza relazionale e corporea troppo precocemente interrotto prima della costruzione dello ‘sfondo certo’ della fiducia di base.
Giovanni Salonia, L’improvviso, inesplicabile sparire dell’Altro. Depressione, Gestalt Therapy e

Postmodernità in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 186-187