Il desiderio insomma non è malato all’origine. L’invidia ne è solo una forma di universale degradazione, una diffusa, impudica pato­logia che si sviluppa – al di là della soglia di normale competizione sociale cara ai moderni e pur sempre attivata dal desiderio di pienezza – lì dove l’espe­rienza di scacco, di non raggiungimento, di distanza dell’oggetto amato non è assimilata, non entra a far parte dell’esserci in maniera totalmente corporea, co­me accettazione reale della vita, e quindi della propria esistenza, in tutte le sue vicende, in tutti i suoi casi. Dal bambino impegnato nella lotta improduttiva per il giocattolo, all’adulto insidiato nell’anima dal succes­so del collega sul lavoro, dal bruciore della mancanza materiale, allo sguardo di sbieco sulla bellezza o sulle qualità del prossimo, della sua cerchia, dei ‘suoi’, il punto è sempre quello di un difficile ma liberante percorso di ritorno a se stessi, alla purezza del deside­rio originario, all’accoglienza integrale della propria storia e della propria esperienza, unica via capace di sottrarci all’illusione ottica dell’assoluto, al miraggio del presunto ‘illimitato’ dell’altro di fronte al nostro limite.

Antonio Sichera, Prefazione, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, p. 9