Non si può essere in cura dell’umano se non si ha cura della propria umanità. Non si possono sostenere le relazioni altrui se non ci si nutre di relazioni significative. Non si può essere teneri se non si è attraversato il deserto della propria durezza, dei propri disagi, se non ci si è sentiti e non ci si sente profondamente accettati […]. Chi [del corpo] ne vive tutta l’intensità, chi si identifica con le proprie emozioni e i propri sentimenti può immergersi senza paura nella storia degli altri, può impregnarsi dell’odore del loro corpo.

Dalla recensione di Antonio Sichera a: Romolo Taddei, Non abbiate paura della tenerezza. Trainig per presbiteri, ed. La Meridiana