Proprio la voce ha una funzione rassicurante, sia come ‘culla sonora’, sia come parola dell’adulto che, se pronunciata nel momento giusto e nel modo giusto, raggiunge le emozioni del bambino, i suoi dolori, le sue ansie da sciogliere. Sono, queste, parole che non possono essere apprese una volta per tutte e indistintamente ripetute, poiché nascono dallo sguardo capace di andare oltre le apparenze e si nutrono della relazione profonda. È appunto l’essere in relazione che permette all’adulto di ascoltare il bambino immedesimandosi in ciò che egli sente, e al bambino di essere colto, di essere raggiunto nelle sue emozioni.

Per questo, gli spazi in cui le parole scorrono liquide e vibrano all’interno dell’altro sono da ricercare nella relazione forte, calda, per certi versi ‘terapeutica’. Per l’adulto che allunga lo sguardo al fine di sentire e comprendere. Per il bambino che ascolta e ritrova dentro di sé significati e parole antiche. In tal modo è possibile prestare ascolto non solo alle parole del bambino ma anche ai suoi gesti, alle sue posture, ai suoi comportamenti. La presenza di un genitore che sia in grado di mantenere il contatto con il bambino turbato garantisce a quest’ultimo il diritto di essere ascoltato fino in fondo, in tutti i suoi linguaggi, e gli garantisce altresì il diritto di esprimere tutto ciò che sente e che teme, rassicurandolo. Come a dirgli: “Non può esistere nulla di tanto brutto da essere inesprimibile; non c’è nulla di cui tu non possa parlare”.

Dada Iacono, Gheri Maltese, Come l’acqua… Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, pagg. 48-49