Dunque, proprio questa potrebbe essere l’ultima suggestione che babbo Geppetto lascia in eredità ai padri di oggi: rinunciare a fornire ai figli insegnamenti e verità universali, assoluti – propri di un altro tempo – opponendo tuttavia al vuoto del nichilismo contemporaneo il coraggio di diventare testimonianza vivente della propria scelta etica, ossia di quell’opera inedita che è la propria esistenza in quanto frutto della personale sintesi creativa tra desiderio e responsabilità, tra ragioni dell’io e ragioni dell’altro. In tal modo, il padre può (ri)diventare per il figlio una figura ispiratrice che, attraverso la forza del proprio cammino di vita, può infondergli la sola verità meritevole di essere trasmessa: «individuazione e appartenenza non si contrappongono ma si integrano pienamente»; esprimere se stessi e la propria identità non significa negare l’altro, ma aprirsi all’incontro con lui all’interno di una relazione in cui «le differenze non emergono per contraddire l’altro, per competere con lui, ma per cooperare alla sua stessa edificazione», oltre che alla propria. Dischiudersi all’altro, in un’apertura accogliente che diventa dono di sé, permette all’Io di attraversare «l’esperienza del noi per poi riappropriarsi di un’identità più arricchita, qualitativamente diversa da prima», capace di trasformare le esistenze ‘inanimate’ e ‘devitalizzate’ (la propria e quella altrui) in percorsi di crescita della propria umanità.
Claudia Angelini, Da Geppetto a Pigmalione: il maschile come presenza che (si) trasforma, in GTK5, Rivista di Psicoterapia, Dicembre 2014, pag. 83