Nell’esperienza borderline non ci sono parole per ‘dirsi’. Le parole, infatti, funzionano se sono una copia dell’esperienza, ma nel BL le parole per la propria esperienza sono confuse, vaghe, errate, anticipate o limitate ad un’eccitazione sensoriale più che all’esperienza stessa. Le comunicazioni, spesso, sono volte all’eccesso mediante espressioni drammatiche, intrise di rabbia. Anche attraverso le parole i pazienti possono esprimersi in modo ‘esplosivo’ – da– alzando la voce o urlando. L’intensità del suono è l’intensità che la persona avverte sulla propria pelle. Non sanno che nome dare al sentire, non sanno che nome dare per definire le cose che accadono, manca in loro la capacità di simbolizzare l’esperienza. Vige una sfiducia nel corpo, nella possibilità che il corpo ha di contenere il proprio sentire, che si evince dalla loro difficoltà a trattenere e lasciare andare: mancano i nessi logici che danno cornice al sentire, potere al corpo e alle sensazioni, il che li porta a vivere l’impulso come se emergesse dal nulla. La difficoltà ad agire in modo pieno indica una tensione interna (sentire qualcosa, ma non sapere cosa) insopportabile: proprio per placarsi ‘devono’ scaricarla in azione. Gli acting out, i comportamenti autodistruttivi e impulsivi, vanno compresi nel bisogno stesso dei pazienti di placarsi, nella loro difficoltà a contenere ed assimilare il proprio sentire.

Gabriella Gionfriddo, La trama relazionale borderline. Traduzione gestaltica dei criteri diagnostici del DSM -5 (Modello ‘Alternativo’), in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 80-81