Vivere è camminare: in modo ineluttabile, consapevoli o no, siamo dentro un cammino che va dal grembo della madre a quello della madre terra. L’heideggeriano essere-per-la-morte (Leben zum Tod) è primariamente una cruda descrizione dell’esistenza. Perderne consapevolezza è per ogni uomo uno dei compiti ineliminabili del diventare umani. Compito arduo che richiede coraggio e fatica, per cui viene continuamente rimandato. Un racconto ebraico narra di un angelo che, benevolo, dà ad ogni bambino che nasce un colpettino sulla fronte per fargli dimenticare che morirà. Come si potrebbe vivere se questa consapevolezza ossessionasse i nostri vissuti? Ma è proprio dalla qualità del confronto e dalla risposta che viene data a questa prima radicale domanda di senso che deriva la direzione e la pienezza di ogni vita. Forse solo i mistici o i folli vivono, in modo pieno e drammatico, la consapevolezza della Geworfenheit (“essere gettati nel mondo senza protezione”). Per gli uni come angoscia che si consegna al rischio della fede e si affida ad un Dio il quale, anche se Totalmente Altro, si prende comunque cura (si pensi a Francesco che, “nudo” nella piazza di Assisi, dichiara di poter vivere nel mondo con la sola certezza della paternità di Dio). Per gli altri come angosce radicali dell’esistenza che, non essendo state contenute ed elaborate in una valida relazione d’imprinting, si trasformano in un terrore che impedisce l’emergere stesso della soggettività. Abitualmente gli umani apprendono ad essere mortali – “pellegrini e forestieri in questo mondo”, direbbe Francesco – solo lentamente, attraverso i fallimenti e le delusioni che rendono sempre più difficile dimenticare la creaturalità.

Giovanni Salonia, La dimensione antropologia dell’itineranza francescana: un valore?, in Pellegrini e forestieri. L’itineranza francescana, a cura di Luigi Padovese, EDB, pp. 250-251