A livello dello spazio vissuto lo spazio non è ‘segno della mia potenza’ se non nella misura in cui i valori di questo spazio sono messi in ordine. Infatti la sicurezza, il sostegno che esso dà alla mia potenza giace sulle direzioni o articolazioni dello spazio vicino e di quello lontano: il primo è quello ‘del riposo, della familiarità, quello che si ha sotto mano’, mentre il secondo è quello ‘per il quale ci si libera, ci si scansa, o che si va a esplorare o conquistare’. In alcune esperienze, però, questo rapporto è disturbato e lo spazio lontano pesa su quello vicino, investendolo da tutte le parti con una presenza massiva, con una stretta indisserrabile. Così accade a quei catatonici, che «assistono a quanto accade attorno a loro, indifferenti come se tutto fosse lontano e tuttavia interessati come se tutto fosse vicino, confondendo lo spostamento oggettivo delle cose all’orizzonte e il movimento stesso dei loro corpi», abolendo in questo modo lentamente i confini tra spazio vicino e quello lontano e mescolandoli ‘in un’abolizione totale della prospettiva’.

Giovanna Giordano, La casa, l’ambiente non umano e i pazienti gravi. Un contributo teorico-clinico nell’ottica della psicoterapia della Gestalt in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, p. 254