C’è una distanza vissuta che collega le cose che contano ed esistono a noi e tra di esse: questa distanza, che può essere troppo corta o troppo grande, misura in ogni momento l’ampiezza della nostra vita, come quando certi avvenimenti scompaiono e altri invece ossessionano. Lo spazio chiaro ove tutti gli oggetti hanno la medesima importanza e il medesimo diritto di esistere è circondato e compenetrato in un’altra spazialità che le variazioni patologiche rivelano. Questa altra spazialità, che si estende attraverso lo spazio visibile, è data dal nostro modo proprio di proiettare il mondo in ogni momento: lo spazio naturale di cui parla la psicologia classica è rassicurante ed evidente proprio perché ‘l’esistenza precipita in esso e vi si ignora’; infatti ciò che garantisce l’uomo sano dall’allucinazione o dal delirio è la struttura del suo spazio: «Gli oggetti rimangono di fronte a lui, conservano la loro distanza e […] lo toccano solo con rispetto».

Giovanna Giordano, “La casa, l’ambiente non umano e i pazienti gravi. Un contributo teorico-clinico nell’ottica della psicoterapia della Gestalt” in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 253

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