È chiaro, da quest’ultimo esempio, come tradurre non significhi ribadire empaticamente, ma istituire uno spazio di intesa condiviso in quella terra di nessuno in cui ogni traduttore si avventura nel suo sforzo di diakonia libera e fedele della parola altrui. «Grazie! – mi disse una paziente – Come hai fatto a capire, da quello che ho detto, quello che intendevo dire e non riuscivo a dire?». Non si tratta di ripetere, magari mentendo, né di disconfermare interpretando, ma di affidarsi al rischio della relazione per dare sfondo e consistenza ai frammenti di verità del linguaggio ‘divergente’ dell’altro, che non ci chiede normalizzazione bensì restituzione creativa. Ovvero, in ultima analisi, poesia: «La luna è fatta di formaggio». Il ‘giallo’ di Isadore, che connette e colora questi frammenti, altro allora non è che lo spazio estetico in cui le parole, incontrandosi, si rinnovano e ritrovano se stesse.
Giovanni Salonia, La luna è fatta di formaggio. Traduzione Gestaltica del Linguaggio Borderline (GTBL), in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 54-55

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