Secondo una buona prassi clinica gestaltica, si inizia il lavoro terapeutico dal disturbo della funzione-Personalità. Il paziente narcisista – si sa – inizia la terapia ma non si definisce paziente. È granitica la sua percezione dell’Ambiente come piccolo e incapace di contenerlo. Nella prima fase della terapia cercherà quindi (in modi consapevoli e non) di rimanere in una posizione paritaria anche mettendo alla prova e sfidando il terapeuta. Dirà che viene in terapia perché è bello discutere, perché è interessante avere qualcuno con cui parlare di sé senza essere contraddetto, per sapere come funziona la psicoterapia o, persino, per… dare al terapeuta nuovi interessanti elementi per un prossimo articolo. In realtà cerca di tastare il terapeuta: se è diverso dalle figure che si prendevano cura di lui nelle sue relazioni primarie (saprà contenere tutte le sue parti, comprese le più abrasive?). Per tali ragioni, esibirà il proprio potere (economico, culturale, e quanto altro), squalificherà e persino disprezzerà (anche velatamente) il terapeuta. In effetti, per lui, l’accettare la posizione down si rivela non solo carico di angoscia ma anche estremamente umiliante. Ma c’è un momento con cui deve inesorabilmente confrontarsi: pagare la seduta. È l’attimo più imbarazzante per il paziente: cercherà di dimenticarlo (e il terapeuta, se sedotto dal paziente, rischierà di assecondarlo e di perdere la parcella!) magari dopo aver, parlato nella seduta del suo ultimo favoloso acquisto, tenterà di pagare di più (perché non stima un professionista che si fa pagare così poco), commenterà il gesto con battute velenose («Che senso ha voler aiutare e farsi pagare?»).

Giovanni Salonia, Pensieri su Gestalt Therapy e vissuti narcisistici, in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pp. 170-171