Parole chiave del nostro tempo diventano ‘autorealizzarsi’, ‘espandere le proprie potenzialità’; o anche il detto «è stata un’esperienza», che pare riscattare ogni errore o fallimento. La soggettività singola o plurima si autolegittima come il più genuino produttore di senso e come unico punto di riferimento: «io la penso così», «io sento questo», diventano parole passepartout, garanzie di validità. Esse suonano come conquista se riferite ad un processo di riscoperta di sé stessi o di separazione da appartenenze simbiotiche, mentre risultano insufficienti per costruire un vivere insieme serio e fecondo. Si rivela, però, poco utile e sensato sottolineare questo secondo aspetto se si dimentica il primo. In altre parole, la soggettività si apre alla relazione solo se viene accolta, ascoltata e valorizzata. Qualsiasi relazione imbocca la strada del fallimento e della sofferenza sterile se non mette in primo piano l’ascolto serio e interessato della soggettività, dei vissuti e delle percezioni delle persone coinvolte. Anche nelle relazioni in cui si condividono determinati valori, in tempo di non emergenza si deve dare voce alla soggettività e al suo personalissimo modo di intendere e di vivere tali valori.

Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, pag. 104