In Freud c’è insomma la metafora sia della tragedia del moderno sia della sua possibile lenizione, ma la profezia ermeneutica della psicoanalisi si paga, nel sistema, con un isolamento lancinante dell’uomo che soffre (diviso dentro di sé e privo di ogni consapevolezza intersoggettiva) e con il confinamento della djnamis rianimante in una regione psichica sottratta alla coscienza e alla quotidianità. L’inconscio è uno spazio duplice, tragico e ludico insieme, ma è comunque per definizione luogo psichico protetto da una barriera che divide il soggetto, dal mondo come anche da se stesso. Siamo di fronte, in definitiva, ad una epistemologia della frattura, ad un impianto teoretico segnato dalla discontinuità e dalla drammatica divisione del soggetto e della sua esperienza del mondo. È in questo contesto che bisogna capire l’inesausto dibattito con l’eredità freudiana in cui si affaticano lungo tutto il suo corso gli autori di Gestalt Therapy, il libro fondativo della psicoterapia della Gestalt […]. Si trattava per loro non di ignorare Freud o di attaccarlo gratuitamente, bensì di ridiscuterlo a partire da un presupposto teoretico nuovo, quello che potremmo chiamare una ‘epistemologia della continuità’, cioè dell’integrità soggettiva e della totalità dell’esperienza.

Antonio Sichera, Dalla frattura freudiana alla continuità gestaltica: lo scarto epistemologico di Gestalt Therapy, in G.Salonia e A. Sichera, Edipo dopo Freud, GTK Books 1 – Rivista di psicoterapia, pp. 50-51