Il pensiero gestaltico, in definitiva, con tutta la sua carica contestativa, non si rassegna ad una rappresentazione del potere inteso come rapporto di dominio del più forte sul più debole e non si piega alle apparenti ‘necessità’ di una storia millenaria. Non però in nome di una vaga utopia, bensì di un’istanza creduta e teorizzata come più profonda e basilare del dominio della forza.  Per questo, la risposta migliore alla logica di Tucidide viene, secondo il libro fondativo [F. Perls – R. Hefferline – P. Goodman, Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma 1997, 171] proprio da una diversa ermeneutica delle tragedie greche: “Anche una sconfitta schiacciante può dare una pace positiva, se l’individuo ha toccato i propri limiti, ha esaurito ogni risorsa e non ha trattenuto il suo massimo grado di furia. Poiché attraverso la collera e il lavoro del lutto il bisogno dell’impossibile viene annientato. Il nuovo sé è triste ma integro; la sua animazione, cioè, è limitata dalle nuove condizioni ma esso non ha interiorizzato il conquistatore, né si è identificato con lui. Così Peguy, per esempio, ha descritto in modo meraviglioso come i supplici delle tragedie greche abbiano più forza dei loro vincitori arroganti”. Dalla parte del vissuto del contatto, di ciò che accade nel corpo in relazione, anche nella sconfitta si può essere più forti degli arroganti e dei prepotenti.

Antonio Sichera, Prefazione – Antigone. Perché?, in Giovanni Salonia, La grazia dell’Audacia. Per una lettura gestaltica dell’Antigone, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Giugno 2012, pp. 7-8