Fondamentale il sostegno a ogni specifico modo di essere corpo. Sostegno affinché il corpo torni ad essere riconosciuto in una relazione, quindi in più relazioni, e nella società. E, contemporaneamente, inscindibile il sostegno alla narrazione, alla funzione-Personalità, al ricucire insieme pezzi di esperienze troppo diverse per un solo individuo. Pezzi da tenere, tutti, all’interno di una relazione. Perché potersi raccontare, avere ascolto, contenimento e sostegno, per narrazioni dolorose o positive, conosciute o ignote, è la ‘cura’ più importante per gli immigrati (come per ogni essere umano). Una cura, però, non sempre realizzabile. Non sempre il sostegno della relazione è sufficiente a fare ripercorrere dolori e ferite vitali. Non sempre tutte le faticose potenzialità, le aperture dell’essere in transito fra mondi diversi, riescono a fiorire, colmando un fecondo, ma terrifico, vuoto al confine di contatto. Possiamo, allora, aiutare la persona, rendendo più ‘pesante’ e definito il confine di contatto. Aiutarla a costruire delle chiavi di lettura, dei modi di essere e pensare utili per stare ‘qui’.
Aiutarla, perché no, ad assemblare dei piccoli, utili introietti, come ancoraggio alla quotidianità, se e quando non è possibile ricucire parti di vita, rimettendo tutto in discussione: corpo, ruoli, narrazioni, mondo.

Michela Gecele, Intersezioni. La Terapia della Gestalt incontra l’etnopsichiatria, in GTK 5, Rivista di Psicoterapia, Dicembre 2014, pp. 54-55