Effettivamente nel Novecento la maturità è stata una laicizzazione della santità. Pavese era ossessionato da quella frase di Shakespeare: “ripeness is all” (“la maturità è tutto”). E il suo scacco esistenziale fu probabilmente legato a questo mito della maturità, vista non come un riappropriarsi di sé ed anche delle parti brutte, incomplete, difficili, fallite ma come un mito da raggiungere, una meta inattingibile. La maturità è invece riconoscimento del diverso, in sé e negli altri. […] Oggi viviamo però in un tempo in cui questo problema si pone in un modo inedito rispetto al passato, quando c’erano delle minoranze dentro la polis che chiedevano di essere incorporate; oggi due eventi rendono nuova la questione dei rapporti tra diversi all’interno della città: l’inevitabile multietnia (o multiculturalità) da un lato e la frammentazione – quella che Cacciari chiama individualizzazione – dell’altro. Si sono ormai sviluppati, infatti, un senso del progetto personale e una mancanza di identità collettiva che portano gli uomini contemporanei a chiudersi in se stessi e a legarsi a miti particolari.

Antonio Sichera, Povertà e bellezza. Dialogo di Maurilio Assenza, Giovanni Salonia  Antonio Sichera, in  M. Assenza – L. Licitra – G. Salonia – A. Sichera, Lo sguardo dal basso. I poveri come principio del pensare, EdiARGO, Ragusa II edizione 2006, pp. 36-38