Ha avuto coraggio Freud a dirci che esiste un altro piacere la cui esperienza spesso è messa nello sfondo: quello di espellere il cibo non assimilato. Il bambino impara che il buttare via ciò che non appartiene al proprio corpo è un comportamento relazionale. La qualità del rapporto con la madre determina i tempi e i modi in cui il bambino espelle. Anche questo sfintere (oltre a quello orale) è, in ultima analisi, una frontiera tra il dentro e il fuori. L’evolversi dell’attenzione agli sfinteri risponde all’apprendimento progressivo di differenti modalità relazionali evolutive (nell’orale la docilità critica del ricevere, nell’anale la forza dell’espellere). Si sa che il fare la cacca è un evento decisamente relazionale per il bambino. Da una parte è qualcosa che esce da lui (dopo la fase dell’incorporazione), e dall’altra c’è qualcuno interessato al suo espellere. Sappiamo – ce lo ricorda Kundera in La vita è altrove – che assumere la propria cacca è condizione necessaria per sentirsi umani. Tutti comprendiamo – nella realtà e nella metafora – come il piacere di sporcare senza rispetto delle regole si annidi nel cuore di chi non vive una buona relazione con l’altro. Piacere che si congiunge spesso con la difficoltà ad assumere la responsabilità dei propri limiti attribuendoli agli altri (come il bambino che deve imparare a pulirsi e a non aspettare che sia per sempre la mamma a farlo).
Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, pp. 58-59