Non basta specchiarsi per riconoscersi. Non è sufficiente vedere la propria immagine riflessa per superare l’incognita di se stessi (e pure questo era vietato nei manicomi, poiché gli specchi erano considerati oggetti pericolosi). Anche l’esperienza dell’essere fotografati è fine a se stessa, se non si lega ad un momento relazionale significativo in cui potersi riconoscere: tale è, ad esempio, la foto del proprio compleanno festeggiato in comunità. L’altro diventa il mio specchio, è dentro una relazione che io mi conosco e riconosco l’altro. Lo sviluppo dell’identità è essenzialmente un processo relazionale: il Sé in Gestalt Therapy (GT) si costruisce al ‘confine di contatto’, ovvero lungo la linea di demarcazione dell’incontro con l’altro. Dalle informazioni verbali e sensoriali assimilate nel tempo nelle relazioni significative del mio vissuto, dalla percezione di me riflessa nel contatto con te (la luminosità del tuo sguardo su di me, l’intonazione della tua voce, il calore delle tue carezze o la violenza del tuo rapportarti con me, il come tu mi definisci, etc.) si struttura ed integra il mio Sé.

Paola Argentino, Dalla narrenschiff al ‘divenire fiori’: la danza dell’incontro nelle strutture psichiatriche, in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, p. 107