Penso: mi chiederà mai se le telecamere sono un delirio?
– Cosa potrebbe dirmi ancora: che non ho le telecamere? Significherebbe che ho un delirio….
– Ogni delirio è una sofferenza reale ma insopportabile, tanto da far perdere il contatto con la realtà.
– No, non può essere! – esclama e si allontana con la sedia.
– Cosa c’è?
– Mi sento invaso da lei perché mi guarda.
– Bene, me lo può dire ed io mi fermo.
Capisco che non ha più bisogno di mettere il delirio fra me e lui, può dirmi il suo sentire e tenere il delirio nello sfondo. In questo tempo della terapia fui consapevole della mia paura, della sua fragilità e della possibilità che solo restando con un delirio strutturato, anche se sempre più confinato e meno invasivo rispetto all’inizio, poteva evitare di frantumarsi. Pensai: potrà mai tollerare il terremoto di vedere frantumato il suo delirio, dopo essere stato per 12 anni vittima e persecutore di se stesso? È in quel tempo che per la prima volta ebbi paura per lui e non di lui.

Valeria Conte, Il lavoro con un paziente seriamente disturbato: l’evoluzione di una relazione terapeutica in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 101