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Le drammatiche parole con cui fu annunziata al presidente Truman la nascita della prima bomba atomica – «Baby is born» – esprimono, in modo oscuro, la portata rivoluzionaria dell’evento. Perché non vedere nel 6 agosto 1945 – il giorno in cui la bomba fu sganciata su Hiroshima – la nascita del terzo millennio? In effetti, da quella data in poi è avvenuta una trasformazione, decisamente inedita, nella storia dell’umanità: la guerra da necessaria è diventata impossibile. John Tibbets l’aveva capito già quel giorno quando esclamò, quasi a giustificarsi: «Così metto fine alla guerra, ad ogni guerra». Il rischio di una distruzione totale ha bloccato la spinta (spesso disinvolta) degli uomini verso la guerra. 

Da sempre le avevano affidato compiti di trasformazione del sociale: sia nel senso di dar vita ad assetti meno ingiusti (attraverso rivoluzioni, sommosse) sia in quello predatorio di allargare il dominio (o potere). Per tali ragioni la guerra, nonostante le morti e le distruzioni ad essa inevitabilmente connesse, veniva vissuta come una calamità necessaria, al pari della malattia e della morte, o addirittura elogiata e assunta come compito ‘sacro’ (guerre più o meno sante, certamente benedette dall’alto).

Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, p.115

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