Le fobie da contagio rimandano ad una situazione arcaica in cui al bambino è stato impedito dall’invadenza della figura genitoriale di avere la pelle come confine di contatto tale da segnare la frontiera tra il mondo proprio e il mondo esterno. La fobia di essere contagiati riguarda, come dicevamo, elementi impalpabili e poco controllabili (polverine, frammenti di sporcizia). In questi casi la seduta familiare permette di individuare quali aree dell’O. sono state maggiormente invase. Compito della terapia sarà quello di aiutare la persona a comprendere quali specifiche emozioni ha difficoltà a sentire dentro la sua pelle e a non vivere come contagiate dall’A. Il lavoro terapeutico verterà su due versanti: la definizione dei confini della pelle e il riconoscimento delle emozioni che si temono. Per individuare tali vissuti che creano fobia, può essere utile esplorare le fantasie catastrofiche (“Cosa succede se entri in contatto con questa polverina che temi ti possa contagiare?”, “Come sai che contagia?”, “Cosa stavi facendo quando ti sei accorto per la prima volta della polverina?”). Nello stesso tempo, se sorretti dalla crescente fiducia nei confronti del terapeuta, si cercherà di dare sostegno al corpo del paziente nel confrontarsi progressivamente con i vissuti temuti. Il lavoro con il corpo del fobico da contagio punterà sul risentire i confini corporei come propri e invalicabili.

Giovanni Salonia, L’angoscia dell’agire tra eccitazione e trasgressione. La Gestalt Therapy con gli stili relazionali fobico-ossessivo-compulsivi, in GTK1 dicembre 2010, p. 44