E proprio a partire dallo sguardo, dall’occhio che guarda, è possibile lanciare un ponte di relazione al bambino sofferente, uno sguardo pulito che possa aiutarlo a illimpidire l’atto stesso di ‘guardare di sbie­co’, tipico di chi soffre di invidia. Uno sguardo che possa cogliere l’emozione dolorosa del bambino che si percepisce poco desiderabile, privo di cose buone, inadeguato rispetto al fratello, al compagno. Uno sguardo che possa garantire al piccolo di im­parare a conoscere la propria emozione attraverso lo specchio dell’adulto che guarda, che l’accoglie senza giudizio e permette di cercare modi per affrontarla. Il bambino sente la solitudine dolorosa dell’invidia per­ché non trova qualcuno che lo aiuti a riconoscerla, a gestirla, a viverla, ricercando soluzioni creative. La scommessa è proprio nello sguardo, nella di­sponibilità di essere lì in aiuto al bambino, un aiuto che apra le porte al fluire del Sé e del mondo, lascian­do circolare le emozioni in modo naturale, riparando le percezioni dolorose, ponendosi al fianco del bam­bino per garantirgli di potersi esprimere senza essere giudicato. Un aiuto che gli permetta di poter digerire e assimilare quanto viene appreso, lasciando così che diventi esperienza corporea. Soltanto in questo modo è possibile favorire la crescita che fisiologicamente verrà da sé.

Dada Iacono – Ghery Maltese, “L’invidia, i bambini, le fiabe”, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, p. 79