Un interrogativo rimane spalancato e ci inquieta: la hybris – che porta la rovina – è scelta o destino? Ovvero, l’appellarsi di Creonte agli dei che gli hanno offuscato la mente («Il male sembra talvolta un bene – canta il coro – a colui cui un dio spinge il senno alla rovina», vv. 623-624) è incapacità di assumersi la colpa o fa parte della tragicità del destino dell’uomo? Ogni uomo è un Creonte o – anche se in differenti modi – un Edipo, che va ostinato e accecato verso la propria distruzione? Quest’uomo – cantato dal coro come «prodigio mandato dagli dei» (v. 378), sottoposto al dramma della scelta tra il bene o il male – è in realtà, condannato ad un destino di hybris che deve compiersi…?

Giovanni Salonia, La grazia dell’Audacia. Per una lettura gestaltica dell’Antigone, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Giugno 2012, p. 24