Nelle ossessioni espulsive il paziente si sente costretto a compiere dei gesti che hanno lo scopo di espellere i vissuti che il corpo ha avvertito. Mentre nei rituali o nei gesti di contenimento il soggetto ha la sensazione (anche se momentanea) di placarsi, nelle compulsioni espulsive la sua angoscia non si placa, anzi sembra aumentare man mano che il gesto si ripete, e finisce solo perché si è esausti. L’intervento terapeutico, quindi, non punterà tanto ad amplificare nel corpo del paziente l’esperienza delle emozioni (che sono comunque presenti), quanto piuttosto a ristrutturare la valutazione corporea e cognitiva delle emozioni stesse. Il corpo del compulsivo espulsivo va placato perché vive come esperienza di base l’agitazione, il bisogno di buttare via qualcosa che lo fa sentire in pericolo. È molto efficace per queste persone cominciare a distinguere i diversi livelli dell’esperienza: cosa sente (nome e significato dell’emozione); come l’emozione
è percepita dal suo O. (piacevole o spiacevole, interessante o no) e, infine, come valuta tale esperienza e in base a quale criterio.

Giovanni Salonia, L’angoscia dell’agire tra eccitazione e trasgressione. La gestalt therapy con gli stili relazionali fobico-ossessivo-compulsivi,in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, p. 223