L’antidoto all’invidia è infatti sempre una questione di ‘confine’. «Alla fine giunge il momento in cui chi vive eticamente ha un confine che chi vive esteticamente non conosce», dice Kierke­gaard. Un’intuizione che era già stata, in altre forme, di Aglauro, nella Commedia, convinta della necessità di un «camo», un freno, per tenere «l’uomo dentro a sua meta». Ma la sorgente di questo confine interiore, di questo freno, che scioglie il cuore di pietra e decanta le schiume dell’invidia, non è, come pensava il padre Dante, il timore dell’esempio e del castigo. Essa si annida, proprio nei suoi versi, nella pena purgatoriale degli invidiosi, riportati infine al reciproco sostegno nella fatica e nel dolore, al corpo dell’altro come fonte di resistenza e di speranza in vista del ristoro: «e l’un sofferìa l’altro con la spalla». Il confine del sé si forma nel contatto, ma il contatto ha bisogno del confine.

Antonio Sichera, Prefazione, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pp. 11-12

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