Le esperienze di scarso accudimento, di deprivazione, di abbandono ed anche di istituzionalizzazione, non permettono che il bambino soddisfi il suo bisogno e incontri il suo de­siderio. In assenza di nutrimento l’invidia si struttura acuendo i tratti e diventa comportamento costante avulso dal desiderio autentico. Di fatto ogni bambino, per crescere in armonia, ha bisogno di essere in con­tatto col proprio desiderio, e a volte ciò si confonde, nel piccolo, con il fatto di riuscire a prendere ciò che in quel momento lo attrae. Facciamo un esempio: Filippo guarda Giorgio gio­care con il camioncino, gli fa percorrere la pista, gli carica i legnetti, li scarica e riprende la stradina. Filip­po resta incantato dal gioco di Giorgio, si avvicina e vuole prendere il camioncino – “Lo voglio! è mio” – e tira forte per toglierlo. Non riuscendo a strapparglielo spinge a terra il compagnetto, lasciandolo a piangere con il camioncino accanto. È possibile che Filippo desideri il giocattolo di Giorgio perché si accorge del piacere intenso e del coinvolgimento di Giorgio nel gioco col camioncino. Non desidera il giocattolo in sé e per sé: piuttosto di provare lo stesso desiderio di Giorgio, come abbiamo visto, arriva al punto di pas­sare la soglia e di spingere il compagno, mischiando all’invidia collera e dispetto.

Dada Iacono – Ghery Maltese, “L’invidia, i bambini, le fiabe”, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pp. 82-83