Nell’Antigone, a differenza delle due tragedie che la precedono, non c’è alcun vaticinio che deve avverarsi. Non ci sono profezie. La modernità dell’Antigone sta in questo interrogarsi degli uomini – ormai senza dei – per capire dove si trova la fonte della legge. Qui anche Tiresia, decisamente marginale rispetto alla centralità che occupa nell’Edipo Re, assume toni e valenze laiche, direi fenomenologiche. Sofocle ci racconta come gli uomini, rimasti soli e orfani degli dei, abbiano la tentazione di idolatrare il potere e di trasformarlo in fonte della legge. Ma Antigone si oppone, appellandosi proprio a quegli stessi dei di cui Creonte vorrebbe farsi portavoce. Con determinazione e audacia tutte femminili, nega che la legge del monarca coincida con quella degli dei. 
Si appella alle leggi non scritte, al diritto che dimora nel grembo dei cuori, nel corpo delle donne. Quando gli dei fanno silenzio, nessuno può parlare in nome loro: i loro voleri (le nostre leggi) si scoprono ascoltando la voce di coloro che non hanno voce, i silenzi delle donne relegate nell’oikos; ascoltando in modo particolare la voce delle figlie, che sono le voci «più silenziose della famiglia patriarcale istituzionale».

Giovanni Salonia, La grazia dell’Audacia. Per una lettura gestaltica dell’Antigone, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Giugno 2012, pp. 15-16.