E’ chiaro comunque che i silenzi nei rapporti familiari possono avere significati molto differenti. Prescindendo da quelli di reciproca condivisione, di fronte al silenzio dell’altro che fa soffrire dobbiamo sempre interrogarci, come dicevamo prima, su come noi stessi lo provochiamo (“In che modo io lo rendo silenzioso?”). C’è una battuta a riguardo abbastanza illuminante: “Caro, perché non mi parli?” – chiede lei. “Cara – risponde lui – piuttosto che un monologo con te, preferisco un dialogo con me stesso”. Spesso si fa silenzio per proteggersi dalla voglia che ha l’altro di ‘parlare’ solo per vincere e convincere. Con tali premesse, i dialoghi diventano una tortura che ha termine solo se l’altro rinuncia alla sua idea. Altre volte il silenzio è protesta e difesa di chi si sente incapace di parlare o non trova gli spazi per essere protagonista in un contesto familiare in cui un membro della famiglia –  e il suo alleato – hanno grandi capacità verbali e occupano sempre la scena.

Giovanni Salonia, Il silenzio di chi ci sta accanto  in  M. Assenza – L. Licitra – G. Salonia – A. Sichera, Lo sguardo dal basso. I poveri come principio del pensare, EdiARGO, Ragusa II edizione 2006, pap. 76-77




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