Già Freud (che affronta questo tema nel suo Psi­cologia delle masse e analisi dell’Io del 1921), attri­buisce a un’invidia originaria la spinta dinamica che porta all’istituzione di norme per garantire l’equità sociale. In contrapposizione alle intense e violente di­namiche interpersonali che prendono vita all’interno del gruppo dei fratelli, data l’impossibilità per ogni singolo individuo di “essere di per sé il preferito”, si leva la richiesta «che almeno nessuno degli altri lo sia». Dalla consapevolezza dei vissuti invidiosi, che invariabilmente contrappongono gli uni agli altri, e da un loro processo di metamorfosi prende vita un’e­sigenza di giustizia, una richiesta di uguaglianza, uno spirito di corpo che “non smentisce la propria prove­nienza dall’invidia originaria”. Ma qual è il compito dell’invidia? Torturare gli umani o cambiare le condizioni dell’esistenza? La storia sembra mostrare che le lotte contro le ingiusti­zie falliscono – ossia creano altre ingiustizie – quando vengono attivate dall’invidia. L’invidia non solo si presenta come vizio senza piacere ma anche inutile: non risolve alcun problema né individuale né sociale.

Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, p. 47