È così che i bambini utilizzano e prediligono il linguaggio metaforico per nominare ciò che sentono delicatamente o anche con furia, attraverso il gioco della strega o anche grazie ai racconti di principi e principesse, di orchi e di matrigne che rappresentano – con incisività e partecipazione – sentimenti vissuti e sofferti. Ciò è possibile perché il linguaggio delle fiabe si accorda perfettamente con il linguaggio dei bambini, trasformando gli scenari profondi del loro sentire in rappresentazione onirica e suggestiva. Ascoltare, vedere la propria emozione così fortemente temuta, così poco nominata, impersonata da una fanciulla abbandonata o da un ragazzo perduto nel bosco, permette ai bambini di poter sentire la pena, il dolore, la paura, attraverso la distanza del “c’era una volta”. Vedendosi proiettati fuori in un tempo diverso da quello presente, in un corpo altrui, essi gioiscono di sentirsi meno soli, compresi, fino al salvifico “E vissero felici e contenti”. Le storie sono possibili lenimenti delle ferite perché mobilitano la vita interiore e vi aderiscono, soprattutto lì dove il bambino è spaventato. Ma rappresentano anche una guida, una lanternina accesa, nell’affrontare la propria crescita nella complessità della vita.
Dada Iacono, Gheri Maltese, Come l’acqua… Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, pp. 53-54