È in questo periodo che F. prova a lanciarsi in un attacco durissimo. Mi chiede continuamente liste di libri per leggere la terapia della Gestalt… Stranamente, ma intuitivamente, rifiuto di dargli una lista di libri di Gestalt. Dopo il mio no e il suo attacco durissimo, capisco che cosa stava succedendo: stava rischiando di rifare ciò che aveva preceduto lo scompenso psicotico. Allora infatti si era immerso per due anni, senza più uscire né vedere nessuno, in letture ‘rivoluzionarie’, incompatibili e opposte agli introietti che aveva da sempre ingoiato dalla madre. Aveva letto in quel tempo tutto Freud, Nietzsche e Sade. Era stato allora un tentativo di uscire dalla confluenza che, senza il sostegno opportuno, lo aveva fatto ricadere nella stessa modalità disfunzionale: non aveva masticato il nuovo cibo, bensì aveva ingoiato solo nuove introiezioni. F. mi stava chiedendo di ingoiare la mia terapia e quindi anche me; era difficile sostenere la mia diversità (non avrei mai letto tutti i libri che lui aveva letto in due anni…). Rifiuta che io possa essere diversa da lui e che io possa dirgli di no senza abbandonarlo; minaccia di interrompere la terapia e nel qui-e-ora della seduta mi fa vedere la sua rabbia («Vorrei buttare in aria la scrivania»). […] Questo periodo della terapia ha determinato una svolta significativa nella relazione terapeutica: meno mi facevo ingoiare da lui e meno paura lui aveva che io potessi fagocitarlo.

Valeria Conte, Il lavoro con un paziente seriamente disturbato: l’evoluzione di una relazione terapeutica in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pp. 99-100