Nella fase del pre-contatto, paziente e organismo si preparano all’interazione; in questa fase l’asino non è ancora entrato nel campo percettivo e sono estremamente importanti tanto i vissuti e le paure quanto i comportamenti del terapeuta. In particolare, la fame di contatto del terapeuta così come la paura di non essere riconosciuto nel proprio ruolo – «devo fare qualcosa!» – possono imprimere un’innaturale accelerazione al processo, che invece prevede il rispetto dei ritmi di preparazione del paziente: il contatto prematuro rischia, infatti, di esporre il paziente ad esperienze violente o traumatiche ed il fatto che questo avvenga con un animale anziché con il terapeuta non cambia lo stato delle cose. In questo senso, anche la facilità con cui l’asino può entrare in relazione con l’essere umano, ad esempio per i suoi tratti neotenici e per le sue doti empatiche con l’uomo, può indurre il terapeuta ad un pre-contatto incompleto o comunque non curato, con conseguente poca chiarezza nel delinearsi della figura/bisogno. Dunque, quando l’asino non è ancora entrato in relazione con il paziente, già il terapeuta deve essere presente e consapevole, evitando di approfittare della presenza del mediatore per accelerare o saltare il pre-contatto ed invece gestendo l’inizio dell’incontro proprio come farebbe nel proprio studio…

Francesco Padoan, Asini e psicoterapia: zampe e piedi per terra, in Aluette Merenda “Incontri terapeutici a quattro zampe. Gestalt therapy e prospettive di zooantropologia clinica”, ed. Il pozzo di Giacobbe, pp. 110-111