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Veniamo, infatti, da un contesto sociale nel quale l’azione era percepita come pericolosa, per cui doveva seguire il pensiero. Era considerata, infatti, una mera conseguenza del pensiero: l’importante era pensare, l’agire veniva dopo come sua emanazione. Si attribuiva al pensiero anche la funzione di preparare, il più cautamente possibile, l’azione. L’azione veniva interpretata come luogo di molti rischi: l’irreversibilità (dopo che è compiuta si può rinnegare, ma non cancellare del tutto), la pericolosità (se ci si lascia andare senza controllo all’azione si rischia di sbagliare, di far male), il limite (se agisco mi definisco e sono esposto al giudizio: io sarò colui che ha fatto ‘quella’ azione), la responsabilità («Chi è stato?» è la domanda che l’uomo teme di sentirsi rivolgere, sicché frasi del tipo «Sono stato io!» o «Sei stato tu!» possono caricarsi di valenza drammatica e risuonare quasi come condanna senz’appello). Quando Goethe scrive nel Faust «In principio era l’azione», intuisce la necessità di un capovolgimento di paradigma: vedere l’azione come costitutiva dell’identità e fonte generatrice di pensieri e di identità.

Giovanni Salonia, L’angoscia dell’agire tra eccitazione e trasgressione. La Gestalt Therapy con gli stili relazionali fobico-ossessivo-compulsivi in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pp. 205-206



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