Il vestito, abbiamo detto, nasce per custodire il corpo come luogo inviolabile ed inevitabile dell’unicità incarnata: il vestito confine tra l’esserci e il mostrarsi. Il vestito perde la sua funzione – si separa dall’esserci – sia quando diventa tentativo (vano) di nascondere la vergogna e il limite, sia quando diventa valore in sé stesso, negando l’interiorità che è sempre corporea. La corporeità non abitata dall’interiorità si consuma unicamente nel registro visivo del mostrarsi e cerca in modo ossessivo ma vano di riempire il vuoto attraverso segni, tatuaggi (piercing, ecc.), oppure affida all’esteriorità il compito impossibile di sostituire (di riempire) il vuoto dell’esserci. Il vestito – ormai è chiaro – ha valore quando ‘mostra’ e non quando ‘si mostra’. Qualche decennio fa ci fu scalpore attorno al titolo di un romanzo perché, in modo forse grezzo ma efficace, sintetizzava così questo rischio: Sotto il vestito… niente (eccone le battute centrali: «Che cos’è una modella? Un corpo, un volto, un po’ di trucco, un bel vestito, e sotto il vestito… niente»). E se il vestito non custodisse niente? È questa la sfida con la quale deve confrontarsi ogni percorso educativo nella società dell’apparire.

Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, pp. 50-51