Il rapporto inertia-invidia costituisce per altro ver­so lo specifico oggetto di indagine di un interessante passo tratto dal dialogo Sulla tranquillità dell’animo di Seneca, in cui il filosofo, col consueto acume, scandaglia i meandri dell’animo umano tratteggian­do un’analisi spregiudicata e impietosa. Gli inertes, accomunati dalla scontentezza di sé, sono persone inadatte a scegliere la propria vita, sospese fra deside­ri frustrati e incapacità di osare, protési sempre verso qualcosa che non c’è e dunque, alla fine, instabili.
Li domina il rimpianto di aver compiuto la scelta sbagliata e il timore di intraprenderne una nuova: la loro è un’esistenza che non trova sbocchi né realizza­zioni, non explicat, avviluppata com’è nel cortocircuito dei propri desideri mancati (Seneca, I Dialoghi 9, 7-10).
[…] Il terreno è ormai preparato, l’inerte è ricettacolo adatto all’invidia; in effetti, il salto appare immediato, poiché le condizioni si riscontrano tutte: insieme all’o­dio e alla lamentela per la propria inattività, scatta il confronto ostile con i successi altrui, inaccettabili in quanto ‘cartine di tornasole’ della propria incapacità di progredire.

Valentina Chinnici, “Antropologia di una passione triste. L’invidia nel mondo antico”, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, pp. 27-29